This Must Be The Place

THIS MUST BE THE PLACE

Azioni performative del sentire

 

Quando: 26/9/2020 h. 19,26

Dove: Santo Stefano Belbo | CN

Chi: Jimmy Rivoltella | Silvia Pastore | Velentina Cei | Davide Fasolo

a cura di: Claudio Lorenzoni | il Purgatorio

Patrocinio: Museo a cielo aperto di CAMO

Contributo: Fondazione Cesare Pavese

Collaborazione: Spazio Costanza Torino | InartTendu Smart Gallery Aosta

info: www.museoacieloapertodicamo.it/thisMustBeThePlace

Il progetto

Avrei potuto solo scrivere che la maratona è una forma dimostrativa del suicidio ma pochi avrebbero capito.

Quindi, per una facile premessa al progetto, ho voluto partire da una semplice domanda: perché si corre?

Molti iniziano a correre per dimagrire, molti per cercare se stessi, altri ancora perché ne sentono il bisogno naturale. Forse anche io ho iniziato per gli stessi motivi.

Già correvo da ragazzo, o forse è meglio dire che ero uno sportivo: giocavo a calcio, basket nonostante la mia bassa statura, ogni tanto facevo qualche gara di velocità. Correvo veloce ma per 60 o poche centinaia di metri. L’idea di correre per chilometri e chilometri non mi aveva mai sfiorato. Sono sempre stato pigro. Correvo e facevo sport per gustarmi un piatto in più di pasta.

Ma quel giorno in cui ho inforcato quel paio di scarpe gialle chiuse nel cassetto da anni ho capito che non sarebbe stata una “corsetta” qualunque ma l’inizio di un lungo percorso.

“Correre è inutile” ho letto da qualche parte. Ne sto forzando il ragionamento, ma è proprio da questa considerazione che parte il progetto This Must Be The Place.

Ci avete mai fatto caso che nella società moderna  qualsiasi cosa l’uomo faccia deve avere uno scopo? Anche le mie prime corse lo avevano: smaltire i chili in eccesso, superare il PB (personal best), aggiungere ad ogni uscita un km in più.

Eppure più correvo più capivo che la corsa era qualcosa di più, qualcosa di addirittura inutile nella logica contemporanea.

Ci sono attività estrinseche (il lavoro ad esempio) ed altri intrinseche, cioè che hanno valore indipendentemente da ciò che procurano: hanno valore di per sé.

Correre ti tiene in forma, fa bene al cuore, ai muscoli, alla mente, ti rende sessualmente più attraente e attivo ma non è per questo che corro. Correndo andiamo a ritroso è stato uno degli aspetti più originali che ho provato correndo. In che senso vi starete chiedendo. Correndo per molti km ho cominciato ho assistito al mutamento del significato della corsa.

Ovvero: se nei primi mesi percepivo la corsa come strumento di crescita personale, di evoluzione come puro benessere fisico, dopo un anno di attività ininterrotta la corsa mi ha portato ad una sorta di “involuzione positiva” ovvero a percorrere una via a ritroso. La corsa mi ha mi ha indotto a pormi certe domande che ci ponevamo da bambini e che poi crescendo e diventando adulti abbiamo smesso di farci.

“Il fine del correre, nel suo senso migliore e più puro, è semplicemente correre”.

Hai mai provato mentre corri quella leggerezza che provavi solo da bambino? Quella del gioco, del diletto che poi, quella specie di sospensione del tempo? Ecco, correre ha ricreato in me esattamente quella sensazione: la gioia non è nient’altro che il riconoscimento del valore intrinseco della vita.

Come riconoscerlo? Semplice, come facevamo da bambini: correndo.

È solo correndo riusciamo ad entrare “nel vuoto” (cosi scrisse Murakami) e questo vuoto viene presto animato da pensieri così poco pensati che non sembrano neanche nostri.

Quelli devono essere i pensieri che pensavamo da bambini. E a quello stato ho voluto tendere per ricordare ciò che la vita adulta mi ha fatto dimenticare.

Credo che già sapevamo tutto ed eravamo felici proprio per quella condizione “inconsapevole” ed oggi per farlo ho dovuto ri-trovare il mio “ritmo”. Si, certo, sfiancandomi e correndo con metodo, ma l’allenamento era più che altro un allenarmi a ricordare ciò che avevo scordato.

Il progetto This must Be The Place è legato alla fenomenologia dell’azione performativa. Filosofia, arte, cultura paesaggistica applicata alla corsa.

Avrete di certo sentito parlare della crisi del 18° km o del muro dei 30, ma immaginate che se per raggiungere “quel luogo” dobbiate superare tali blocchi quale potrebbe essere la soluzione?

Alcuni filosofi della corsa (Grion, Rawlands su tutti) hanno individuato alcune fasi da cui non si può prescindere:

1. il processo di dissoluzione del sé: quando il runner è un amalgama indivisibile di mente e corpo in azione.

2. Il processo del dualismo tra un corpo fisico e una mente non fisica. In questo frangente la mente dirige l’azione del corpo.

3. Successivamente, con il procedere dei chilometri, subentra la fase in cui l’ego che controlla comincia a dissolversi. Non esiste una mente che controlla o pensa. Sei ipnotizzato da pensieri che sembrano spuntare dal nulla e poi scompaiono con la stessa rapidità. Ciò che rimane del sé è semplicemente la danza dei pensieri

4. Infine, la fase nella quale la mente si assottiglia ancora di più e passa al nulla, con i pensieri che esistono come qualcosa che è totalmente e irrevocabilmente al di fuori del corridore: correre in questa libertà è correre nella gioia.

Parlare di piacere parlando di corsa pare un paradosso perché la corsa è anche e soprattutto fatica e a volte dolore. La società contemporanea confonda la felicità con il piacere, che è una sensazione. Una percezione fugace di benessere, mentre la felicità è il riconoscimento di ciò che ha valore intrinseco.

“Il piacere è un modo di sentirsi. La gioia è un modo di vedere”.

Nella vita inseguiamo il piacere o le condizioni che (pensiamo) ce lo garantiscono. Correndo non inseguiamo nulla: corriamo e basta. Alla ricerca del posto, quello solo nostro.

Come

Raccontare il progetto attraverso la canonica esposizione visiva (le mostre di Jimmy sono sempre state caratterizzate da lavori nettamente espressivi: il collage è chiaramente il paesaggio della memoria dell’artista e le immagini ricavate da questi erano “visibili” in maniera quasi didattica e il legame empatico con il pubblico diretto e rituale come ogni mostra d’arte prevede) non avrebbe avuto senso. Con ThisMust cercherà di creare un processo di osmosi che trascenderà la consistenza del singolo in favore di una reciproca interazione.

Il processo propedeutico all’azione ha caratterizzato per lui un momento di grande coinvolgimento emotivo e di totale immersione nei luoghi vissuti.

Le azioni performative saranno testimoniate e descritte attraverso un’installazione di specchi di diversi misure e riflesso.

Collateralmente la trascrizione di dialoghi, opere testuali, la creazione di mappe, collage, la raccolta di oggetti-cose-tracce trovate lungo il percorso.

L’installazione permetterà a tutti i partecipanti di avere un mezzo ideale per esplorare i rapporti tra tempo, distanza, geografia e misurazione del proprio spazio interiore oltre a diventare soggetto integrante dell’opera stessa.