E.POI.MI.RICORDO 2017

E.Poi.Mi.Ricordo

Collage di Jimmy Rivoltella
Testi di Valentina Cei
Ufficio stampa involontario Ester Ruberto

a Nina

Dentro ogni morte c'è una vita che conosciamo,
e figli che ci ameranno col cuore dei nostri padri
da Risveglio, di Karma Nur May

Come la “piccola o” e la “grande o” nell’alfabeto del greco antico, che esprimono la stessa emissione vocale nelle sue differenti sfumature e si alternano rendendo significati diversi a parole che sembrano simili all’occhio poco esperto, una madre e una figlia che si inseguono nel gioco dei ritorni si scambiano ricordi e intenzioni, pensieri e ruoli, per riunirsi nella semplicità della consistenza della vita, per come inizia e per come finisce.
Poiché la nascita e la morte sono delle donne, mentre la vita è pertinenza dell’uomo, che la riempia di invenzioni e intenzioni, questi accenni di storie scambiate sembreranno vuote a molti: vuote di cose, vuote di vita, vuote di concretezza. Ci si chiederà cosa vogliano raccontare madre e figlia in viaggio, davanti a cosa ci portino. Esse ci portano davanti al vuoto della vita che ancora non è o è appena stata, poiché solo il vuoto può rappresentare il vuoto – per quanto ridondante di immagini che restano mute a confondere gli occhi e la mente, il cuore no: quello, di regola, batte.

Omicron Ne è passata da allora di strada, senza che i miei piedi potessero toccarla mai: c’erano solo nuvole e cielo e nuvole e cielo e non mi mancava niente.
E infine eccomi, eccomi qui, eccomi ora, eccomi: nelle tue grida, nella tua forza, tra le tue braccia.
Al sicuro.
Fatta di occhi grandi e mani leggere, ricordi non miei e momenti indimenticabili, pronta a cadere pur di atterrare, pronta a essere chiunque meno che la soluzione per qualcun altro.
M’immagino cose che non so nominare, come distese di onde nere che mi porteranno altrove o giochi che mi terranno inchiodata a una sedia, e aspetto che sia tu a dirmi come chiamare le cose, d’altra parte sceglierti in gran parte è stato questo: scegliere qualcuno da cui imparare, qualcuno che sulla cera della mia mente incidesse piano i primi solchi come di un disco, in maniera che ogni successiva informazione ci possa scorrere dentro a riunirsi e risuonare insieme a tutte le altre, per formare la sinfonia che darà senso alla mia esistenza una volta che avrò finito, l’ultimo giorno, di comporla.
Per questo si nasce: per rendere concreta e sonante la musica che altrove risuona trasparente, senza che nessuno la oda, mentre con un corpo e sulla terra sembra che tutti siano comparse attorno a te il cui unico fine è starti a sentire, starti a guardare, per avere qualcosa in più da pensare, che non sia su di loro.

Omega Io, che per non perdermi vivevo di angoli retti come le strade di certe città, mi trovo a far la corte alle curve e alle orecchie sulla carta, che mi permettano di riavere il segno in questa esistenza di libro e di sbirciare oltre, a ricordare intera quell’immagine celata da altre sovrapposte. Così a migliaia, negli archivi fotografici in cui rileghiamo le nostre vite di nuovo millennio, convinti e sconfitti dalla pigrizia e dalla credenza di non valere più di questo: qualche sguardo ben riuscito e idoli in cui specchiarsi, vecchie foto in cui non ci si riconosce più eppure suonano autentiche a differenza delle immagini digitali – sarà che sono stampate su carta e ingialliscono, hanno potuto ingiallire mentre noi no, noi sentiamo l’obbligo di restare fedeli al selfie, al vuoto di un presente che non esiste.
Guardo le unghie rosicchiate e penso a quand’è stata l’ultima volta, penso di smettere. É come quando guardavo dall’alto la terra lontana e pensavo di tornare. Le unghie di oggi, i voli di ieri, un numero di pagina e un numero di vita. Quante vite ci stanno in trentatré anni? E quante pagine in un anno e quanti numeri in una pagina, e in un numero, quanti anni?
Il rumore dell’aria mi assorda e mi immobilizza le dita.
Le unghie sono quasi blu, sotto il bianco bordo a brandelli, e ancora mi chiedo perché, perché scrivo.
Ed è per non smettere di respirare: mi sentivo così nell’83, nel mio scomparire in quell’otto rovesciato, e mi sento così di nuovo dopo anni solo ora, al ricomparire in te.

Omega Non so se è stata una decisione diventata poi scelta, o forse solo l’ineluttabilità delle cose più grandi di noi, eppure mi sono imbattuta in un’immagine che, sola, mi ha reso più integra di molte terapie tentate: l’mmagine di un’attesa, il sogno di un arrivo. Il tuo.
Se tutto è accaduto per arrivare al tuo cospetto, e tramite la tua nascita guarire la mia, se è per poterti donare libera al mondo allora ecco è qui che voglio che tocchi terra e farti da radice, e che tu sia futuro. Il mio presente si ferma, e, con occhi chiusi e braccia aperte, resto. E ripenso ad ogni volta che mi sono negata e preclusa la chance di vivere questa dimensione ultraterrena della maternità auspicandola anche solo nell’alfabeto del sogno, con la profonda motivazione della mia pochezza a riguardo: come posso contenere io così spezzettata, cosa potrei insegnare io così incerta, quando mai sarei in grado di creare io così inerte.
Finché appunto, dopo aver fatto cadere una vecchia scatola di foto da una libreria e, anziché raccoglierle, lasciarle per terra sparse per giorni, osservando via via meno distrattamente il disegno scomposto di forme e colori casuali composto dalle immagini stesse, non ci ho intravisto qualcosa che aveva una forma conosciuta, rassicurante, carezzevole: tu che dormi e, se sogni, non sogni certo di svegliarti qui, dove il tuo respiro nel frattempo è diventato il rumore più forte del mondo e le mie dita, ora, sanno che cosa fare.

Omicron Le cose normali, la vita, l’amore.
Ricevimenti tristi e anonime camere d’albergo.
Attese e incontri.
Cose che posso immaginare nel ricordo e che forse saranno, come al contrario ci saranno cose che mai avrei potuto immaginare: dietro a quella finestra, dietro a quel bacio, dietro alle tende, dietro alle spalle. Chi lo sa davvero cosa c’è? Inizio ora a guardare e non ho la certezza di vedere, inizio ora a camminare e ho la certezza di cadere: inciamperò nei ricordi tralasciando niente.
L”incendio, la zingara, i libri non scritti, le persone che dicono e non dicono, la carta del Matto e il tuo sorriso: ogni cosa sarà eterna nel profumo dei giorni senza lancette in cui ancora non ho parole ma solo momenti da dare.

Non si muore mai bene: le ali cadute
si sono rotte,
le cose rotte
restano sole.
Non si muore mai,
neanche se sei
stanco di scrivere
stanco di volare
stanco di cadere:
non puoi morire:
siamo fatti di pasta di pane.

E.Poi.Mi.Ricordo

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